A Psykhe
Il condominio era un palazzo di sette piani, io vivevo al quarto. Posso dire che era casa mia da sempre non solo perché c'ero nato e vi avevo vissuto per anni, ma perché prima della mia venuta al mondo ci abitavano i miei genitori, e prima ancora i miei nonni, e ancora prima i miei bisnonni. Un palazzo piuttosto antico, dunque, e l'appartamento sempre lo stesso, sempre quello, con la porta d'ingresso quasi al bordo dell'ampia scala a torciglione interrotto solo dai pianerottoli. Sempre lo stesso appartamento composto da ingresso, quattro grandi stanze, due bagni, la cucina abitabile.
E in tutto quel tempo (centocinquant'anni o forse anche di più) che io avessi saputo, mai una lite con i vicini, mai un diverbio, mai neppure un seppur piccolo, innocuo, insignificante battibecco. La cosa curiosa è che anche i vicini si tramandavano la casa di generazione in generazione, di padre in figlio, proprio come era accaduto a me. E una volta, ricordo ancora oggi, ero ragazzino, una sera a cena mi venne fuori di soprannominarli Re. Non so ancora oggi come mi venne in mente una cosa del genere, però - ricordo ancora - mio padre intervenne bonariamente e disse allora anche noi siamo dei re. Già, risposi, è vero, papà. Noi i re della nostra casa e loro della propria. Certo, rispose, in fondo, ognuno è re in casa propria - e aggiunse -: basta che però lo sia soltanto in casa e non lo voglia fare anche dove non gli è concesso.
Passarono gli anni, io ero cresciuto e con A. - mio coetaneo - eravamo ormai diventati amici intimi, ci si confessava ogni cosa, ogni avventura con la ragazzina di turno, i fallimenti o i successi scolastici, le liti nelle rispettive famiglie... E insieme sognavamo, sognavamo di partire, di andare chissà dove alla scoperta del mondo; progettavamo viaggi fantastici che avrebbero fatto di noi 'qualcuno', o'qualcosa'; che insomma - e chissà perché - ci avrebbero resi famosi. Fino a quando...
Fino a quando, anni e anni dopo, ormai adulti, sposati e con figli, i genitori andati, alle dieci della sera di un ventiquattro novembre suonano alla porta, io vado ad aprire e vedendo che è A. lo saluto sorridendo, dico ciao, come mai a quest'ora?, qualcosa non va? Ma subito mi accorgo che il suo sguardo non è quello di sempre, negli occhi ha qualcosa di strano, una luce d'odio, di cattiveria, di rancore... Cosa c'è, A.? - domando stupito - cos'hai?
Cos'ho? Che,cosa,ho?! Ho che devi darmi una stanza! Devi darmi il soggiorno! Il tuo soggiorno è mio!, non tuo!
Ma A., cosa... cosa stai dicendo...?
Cosa sto dicendo?! Te lo ripeto, se proprio non ci senti, stronzo! Dammi il tuo soggiorno! Avrai una stanza in meno, ma cosa te ne frega?! Il soggiorno è mio, poi faccio sbattere giù il muro e ingrandisco io, la mia, di sala!
Se dapprima la costernazione, lo stupore, mi avevano quasi bloccato facendomi reagire pacatamente, adesso no; davvero, no.
Ma che cazzo stai dicendo?!, urlo, ma sei rincoglionito?! Ma va' a pigliartela nel culo, va'!
Sto per chiudergli la porta in faccia che me la blocca con un piede e intanto mi ritrovo un coltello puntato alla gola: E' mio, il soggiorno è mio!, dice con un grido strozzato.
Alcune settimane dopo, in ufficio, vengo chiamato alla reception: c'è un poliziotto che chiede di lei, dice Milva al telefono. Un poliziotto che chiede di me..., penso, strano, sta' a vedere che quel figlio di mignotta...
Quel figlio di mignotta era riuscito a farsi aprire da Stella, mia moglie, e dopo averla picchiata l'ha sgozzata. Sì, sgozzata, sgozzata, ma non con il coltello che mi aveva puntato alla gola, bensì con una daga, un'antichissima daga che non so come conservava e - certamente - ogni tanto affilava in maniera tanto accurata.
Essendo il primo pomeriggio, i bambini erano a fare la nanna e non si sono accorti di niente. Lui ha tagliato la gola a Stella, poi è andato dai bambini e ha fatto fuori pure loro. Nello stesso modo.
E io? Io, come avrei potuto dire che era stato lui, A., il mio amico, la persona con la quale mi ero confidato e a cui in certi momenti avevo chiesto aiuto (momenti che non ho raccontato e che non racconterò)?
Straziato dal dolore, rimasi in silenzio e immobile quando i poliziotti cercavano in tutti i modi di sapere se avessi qualche sospetto.
A., come se nulla fosse, si ripresentò due giorni dopo - non ebbi nemmeno il tempo per i funerali -; a quel punto lo feci entrare in casa, ci fu una colluttazione violentissima, violentissima; nella lotta andavamo dappertutto e la casa in poco tempo fu a soqquadro; lo colpii più volte sulla schiena e poi al volto e poi ancora in qualche altra parte del corpo, mentre lui con la daga cercava me, tentava di colpirmi, di afferrarmi e colpirmi...
Alla fine la ebbe vinta lui: un colpo violento, preciso, secco, allo stomaco; e poi, altrettanto preciso, al cuore, nel pieno del cuore. Sentii un bruciore, un enorme bruciore, un bruciore atroce. Poi svenni, e poi, ancora, mi sentii uscire dalla testa e vidi il mio corpo steso sul pavimento.
Solo in quel momento percepii una pace profondissima e ineffabile. Ero come seduto nella posizione del Buddha e vedevo il mio corpo, e lui, A., che ansimante, con la daga ancora in mano, guardava il mio cadavere. Potevo ugualmente vedere anche senza più occhi; e potevo sentire anche senza più orecchie. Esistevo, vivevo comunque, anche nella morte.
Dopo essere uscito dalla mia stessa testa come entità incorporea, entrai in un lungo, scurissimo budello rugoso. Sopra di me, pur senza occhi, ormai - lo ripeto - vidi una luce brillantissima ma che non dava fastidio, non abbagliava. La raggiunsi.
Lui, A., riuscì a cavarsela. Non venne accusato di nulla, anzi, fu portato da tutti in palmo di mano e definito grande, magno, in quanto raccontò di aver sentito strani rumori, rumori forti, come se qualcuno stesse lottando contro qualcun altro, e allora aveva preso il coraggio a due mani ed era uscito dal suo appartamento e, avendo trovato la mia porta già aperta, era entrato e aveva messo in fuga il ladro (o rapinatore); poi, vista mia moglie a terra, aveva tentato di rianimarla, ma senza riuscirci, era già senza vita; era andato quindi nella camera dei bambini, ma anche loro erano già morti.
Qui, dove sono ora, è un mondo diverso. Qui, oltre a mia moglie e ai miei figli, ho incontrato Hitler, e Stalin, e Mussolini, nonché Cesare e Napoleone e Ceausescu e tanti, tanti altri. E tra loro c'è stato chi ha detto, sussurrando, ma perché a me non m'hanno mai definito 'magno'?
(Sì, vabbè, potevi farla più breve e dirlo subito chiaramente, invece di stare a fare un sermone, no?)
(Mi spiace, ma è venuta così, che ci vuoi fare? Al cuore, come sai, non si comanda).